venerdì 21 marzo 2008

Quattordici

Nel capitolo precedente: be', mi sembra che siano arrivati a buon punto, no?
Lui che scopre praticamente niente. E quel tizio chi è? Boh.
Solo che poi c'è un altro tizio che ti dice di andare a vedere un giornale. Mah, sarà.
Sarà che questi due mi sembrano due scemi.
E lei che sembra che un po' alla volta... ma sì, ma sì.
Questi due, va a finire che limonano.


Girai la macchina verso via Larga, dopo un semaforo mischiato con quei palazzoni a specchio che nascondono gli impiegati. Procedevo a sbalzi, senza più dire una parola. Emily probabilmente pensava che fossi rimasto scosso dalla sua azione reazionaria di bucarmi la macchina, ma non era quello il motivo. Era chiaro però, da come muoveva le mani, intrecciate come mozzarelle, che iniziava in lei a muoversi il senso di colpa.
Fu a metà di via Larga, dopo un negozio che vendeva divise e ammennicoli militari, che staccai male la frizione e spensi la macchina allo scattare del verde. Fui sorpreso quanto lei di quel gesto.
Non mi era mai successo. Ed entrambi sapevamo bene quanto ciò potesse danneggiare valvole e pistoni. Senza calcolare i dischi della frizione che si erano chiusi di scatto.
Ma anziché maledirmi, scoppiai a ridere. Di un riso che mi obbligò a fermare la macchina davanti alla fermata di un autobus, senza curarmi come era ovvio del divieto di sosta e di fermata. L’autobus sarebbe arrivato comunque, si sarebbe fermato in mezzo alla carreggiata e l’indifferenza dei passeggeri avrebbe svolto ugualmente il suo ruolo. E quando questo successe, mi sentii circondato da milioni di formiche che svincolano l’ostacolo.
La preoccupazione di Emily fu evidente quando iniziò a mangiarsi le unghie. La cura che dedicava alle sue mani non bastava alle sindromi nervose. Però bastava a sgelare la situazione e a cominciare il discorso sul Turri. Quanto a strategie di difesa, ero un vero mago.
“Un attimo, adesso te lo dico” mentre già le lacrime mi scendevano, superati gli zigomi, facendo lo slalom tra i peli di barba.
“Ho trovato l’articolo che parla del Turri”, dissi tra i singhiozzi ottusi che il fiato interrotto mi provocava.
E le dissi tutto. In un intervallo variabile tra i due minuti e la mezz’ora. Non riuscivo più a trattenermi.
“Poveraccio”, fu il suo commento dopo aver saputo dei piccioni. D’altra parte i giornalisti ci vanno a nozze con storie del genere. Il gusto del macabro ha sempre fatto buon gioco al successo di un articolo, e non importava l’impostazione di partito o liberale del giornale, in questi casi. E il fatto che il Turri stesse percorrendo i Navigli con la sua 127 non dava meno colore al pezzo.
Ma era a questo punto la cosa più divertente. Sembrava si volesse descrivere una nota caratteristica della città meneghina, la quantità di piccioni presenti nel centro di Milano aveva affascinato da sempre i turisti. Ma che i piccioni stessi, da animali innocui e sufficientemente stupidi, si trasformassero in arma di morte e distruzione, non era mai stato nemmeno considerato. Invece, questa volta si erano ribellati. Non si sa se contro il rumoroso motore delle macchine degli anni ’70, o se contro uno sgarbo subito nella propria zona, come nei grandi film di gangster ormai andati. Restava il fatto, ben descritto nell’articolo, che uno stormo di piccioni –ma poi, i piccioni si spostano a stormi?- aveva attaccato la macchina del povero Turri. Ma non solo. Il primo dei suddetti volatili gli aveva addirittura rotto il finestrino, lasciando su uno spuntone le penne, mentre un secondo, che lo seguiva a ruota, gli si era ficcato con il becco nella tempia.
A questo punto, il Turri era uscito fuori di strada, “per lo spavento” aveva detto la Polizia, “già morto” diceva il giornale, ed era finito nel Naviglio Grande. Se fosse morto affogato o se fosse stato ucciso dai piccioni non era ancora chiaro. Segnale più che manifesto, invece, erano le cagate di piccione rimaste sulla zona, fatto inquietante e inconcepibile. Come se i piccioni volessero comunicare ai civili che dovevano lasciare a loro la zona.
E non finiva qui. Il giornalista, giunto sul posto prima dell’Arma, si lasciava andare in disquisizioni pseudo scientifiche, e aggiungeva che i piccioni, uno dei volatili più evoluti della loro specie, i corvidi, anticamente cacciavano e uccidevano proprio grazie al becco. E ancora, che il movimento altalenante della testa, avanti e indietro, era un retaggio del passato: infatti, proprio questo congegno a molla del collo, permetteva loro di attutire l’impatto e di restarci secchi. In questa maniera, quindi, era stato ucciso il Turri.
“Divertente, no?” dissi, senza riuscire a fermarmi.
No, per lei non era divertente. Con gli occhi spalancati e le mani rapprese, Emily era sconvolta.
Non credevo che la mia capacità narrativa fosse tanto poco coinvolgente. E più la cosa a me faceva ridere, e più Emily mi guardava spalancando gli occhi. Ad un certo punto mi fermai, temendo forse che i bulbi le uscissero dalle orbite.
“Cosa c’è”, le chiesi. Non mi sembrava tanto assurdo ridere di una morte improbabile. Forse perché non era un mio parente, ovvio, ma non mi sembrava tanto assurda. Come quella del veterinario che doveva liberare una mucca costipata. Ma fumava e, col peto atomico della mucca, aveva preso fuoco. Certe storie metropolitane già fanno ridere in quanto leggende, figurarsi se diventano realtà.
Ma lei non era d’accordo. Lo considerava sciocco e di cattivo gusto. E poi c’era morta una persona che, seppure non conoscevo direttamente, era pur sempre un amico del signor Anselmo.
“Argomentazione fiacca”, le risposi indispettito. Non è possibile che ad una persona, che di gusto già non ride mai, le si taglino le gambe di netto una volta che si diverte, che cazzo.
Basta. Mi era stata rovinata la giornata. Sarei rimasto di cattivo umore fino a sera.
Riaccesi la macchina che, unica soddisfazione, partì al primo colpo. Misi la freccia, la prima, con l’intenzione di portarla a casa, metterla a riposo nel box e bere un bicchiere di vino. Che Emily si arrangiasse. Per quanto mi riguardava, poteva anche tornarsene a piedi.

venerdì 14 marzo 2008

Tredici

Nel capitolo precedente: oh, finalmente pare le cose cambino un attimo. Un attimino.
Poi vediamo.
Ma il fatto è che questo qui si muove sulla scia dell'emozione.
Un minimo di vento caldo e lui è già in mutande.
Sembra di essere quasi in quei film degli anni 80 in cui non succede niente ma poi è successo un casino di roba, tanta che tu non te ne sei nemmeno accorto e poi è tardissimo e forse non è successo, credi, nulla perché ti sei addormentato sul più bello, e poi gli amici invece ti dicono 'Oh, ma che figata! Il film di ieri, non l'hai visto?' e tu, sì sì, l'ho visto, ma a me non sembrava granché e ti senti un po' scemo perché mica ti sarai addormentato per davvero con un film così stramaledettamente bello...


Al bar non lasciai trasparire più niente, anzi. Mi dedicavo ai clienti e alle signorine con un’attenzione quasi fastidiosa. A volte, con cenni blandi della mano, addirittura mi invitavano ad allontanarmi. I tavolini di ferro erano costantemente lindi e puliti, come se temessi un’improvvisa visita di un ispettore d’igiene. Lì, dove non mettevano nemmeno piede i vigili urbani. In quanto tali, ovvio, non in quanto uomini, visto che, in quanto uomini, ci mettevano qualcosa di più di un piede. L’unico elemento che mi fregava, invece, era l’ascolto dei GR. Mi preoccupava. Pensavo che da un momento all’altro sarebbe uscito qualcosa di particolare, che mi riguardava più o meno direttamente. Tenevo la sigaretta fra i denti, per i minuti di cronaca. Solo allo sport, lasciavo che l’indice e il medio della destra facessero riposare i muscoli della mandibola.
Spesso, sollevando la mano dal bancone, lasciavo l’impronta del palmo. Come nelle caverne primitive, quasi.
Però tutto mi sembrava filare liscio.
Un giorno, Emily mi chiese un passaggio per tornare a casa. Smontavamo insieme, coincidenza o volontà, e io non vidi alcun motivo per negarglielo. Dalla sera al cimitero, non ci eravamo quasi rivolti parola a riguardo.
Avevo bisogno di rompere gli indugi. Mentre si aggiustava con le mani la gonna sul sedile, le parlai. Dei sospetti e dei poliziotti, di quel poco che sapevo e di quel tanto che immaginavo.
“Era l’ora che ti decidessi. Anche io ho delle cose da dirti. La tomba del Turri. C’era un tizio che ti aspettava. E invece ha trovato me. A Musocco, piangevo per la paura”
“E cosa ti ha detto.”
“Certo, non mi ha fatto niente!”, si mise a gridare.
Non l’avevo mai sentita farlo. Nemmeno a fingere gli orgasmi. Doveva aver avuto paura per davvero. E poi non aveva niente, di cosa dovevo preoccuparmi. E dal momento che era tornata a lavorare, nemmeno lo stupro era cosa da avvalorarsi. Mi stupii però del fastidio che poteva crearmi la sua voce in quella tonalità acuta. Bisognava smettesse, per il mio bene.
“Sì che mi preoccupo, scusa”, cercai di recuperare, “ma dimmi. Allora?”
Insomma. Questo tizio che aveva incontrato lei aveva mandato l’altro tizio a tenermi compagnia e a riferirmi quello che era stato riferito a me. Voleva tenermi occupato, ovvio.
“Per questo poi a cena non se n’è cavato un ragno da un buco. Continua”, intervenni.
Emily concluse. E la cosa mi puzzava. Non sapevo perché, ma il mio sesto senso mi diceva che sarei tornato la sera a casa troppo stanco per guardare un film. Però, la cosa stava cominciando a divertirmi.
In primo luogo, il tizio della tomba le aveva dato il nome di un giornale e consigliato di leggere l’articolo del giorno in cui era morto il Turri, la pagina della cronaca.
“E basta?” domandai quasi stizzito.
“Basta”, mi rispose Emily. “poi dobbiamo aspettare”
“Non mi torna un particolare. Che cosa c’era scritto nella lettera del signor Anselmo.”
“Niente. Era una sorta di lasciapassare perché il tizio al cimitero ci riconoscesse.”
“E perché ci hai messo tutto quel tempo per uscire. In fondo non avete parlato molto”, le chiesi temendo di uno straordinario piuttosto macabro.
Si incazzò. “Coglione. Sai perché vivo così, e sai anche che non mi piace. Ci ho messo tanto perché ha voluto assicurarsi su chi fossi. Aspettava un uomo e mi presento io. Ti pare?”
Quindi prima tappa, la Biblioteca Sormani, l’unica che possedeva microfilm e archivi di quasi tutti i giornali. I malumori di Emily erano secondari. Il fatto che guardasse fuori dal finestrino, con il naso attaccato al vetro, non mi toccava minimamente. Se non per il fatto che, al vetro, l’unto del naso sarebbe rimasto. Ma forse non era il caso di farglielo notare adesso.

“Che morte da sfigato” fu il mio primo commento. I muscoli della faccia erano rimasti tesi per soffocare il riso. Non riuscivo a trattenermi. Ero in una biblioteca, d’altronde.
Riavvolsi il microfilm su cui era stato trasferito il giornale del mese in cui era morto il Turri, e lo riconsegnai.
Con le labbra ancora tirate, lungo le scale respirai i libri e le voci degli studenti ai quali una volta ero appartenuto pure io. Non li invidiavo affatto, con i loro giorni persi di ozio tra una vacanza ed un esame. Anzi. Se avessi potuto, avrei detto a tutti loro, uno per uno, che quella condizione era la stessa di chi, seduto sulla tazza, non ha più niente da dare ma vuole finire il capitolo del libro che sta leggendo.
Sorridevo anche a quest’idea, ma uscii. Parcheggiata tra le strisce gialle dei portatori d’handicap stava l’Alfa; appoggiata con l’anca al cofano, invece, Emily fumava.
Era stata una dimostrazione di forza. Aveva urlato, biascicato e persino sbattuto la portiera per non farmi parcheggiare in quello spazio. Minacciandomi di una multa salatissima e della rimozione.
“Benissimo”, le avevo risposto. “Allora tu resti giù a curarmi la macchina”.
Era rimasta talmente di sasso che non si era mossa. E io avevo colto l’attimo per fuggire via veloce dalla situazione.
Appena mi vide, inspirò ed espirò velocemente. Guardò con lentezza il braciere che aveva in mano e fece per calarlo, ancora acceso, sulla scocca gialla.
Questa volta fui io a rimanere pietrificato. Sembrava che lo stesse facendo a me. Addirittura, mi parve di essere come in quelle performance di body art, in cui l’artista o il deficiente, a scelta, si conficca una graffetta nell’uretra e si accappona la pelle dello spettatore per il dolore che non prova.
Le unghie di Emily si fermarono a mezzo centimetro dalla vernice. Sentivo io il calore che c’era in quella piuma di spazio.
“Non provarci mai più” sibilò.
“Certo, mia padrona” fu quello che telepaticamente le trasmisi. Non ero in grado di parlare. Sentivo un peso alla bocca dello stomaco, appena dietro allo sterno. Mi mancava il fiato, la bocca aperta a fessura.
Respirai a fondo, come fosse la prima volta. E permisi alle scarico delle auto e dei riscaldamenti di placcarmi ancora un po’ i polmoni di argento e di catrame.

venerdì 7 marzo 2008

Dodici

Nel capitolo precedente: ok, sì. Accetto la lettera. Ma poi il destinatario è morto. Incidente d'auto, ha detto il portinaio terrone.
Magari era sbronzo.
Va be', dicevo.
Ok, sì. Accetto anche il fatto romantico di leggergliela al cimitero Maggiore.
Anche se mi sembra una roba un po' da necrofili.
Che schifo.
Ma tanto lui non è entrato.
E ha trovato un altro tizio, lì fuori. Sembra che lo seguano tutti.
Però, magari, sto tizio, qualcosa, la sa davvero.
Se lo porta via.
Mentre Emily si è pure commossa, alla tomba.
Deve essere una dolce, lei.


E invece, faticoso non lo fu affatto. Un po’ perché il tipo che ci eravamo portati a cena, non sapeva niente più di quello che già aveva detto, un po’ perché la cena fu tuttavia piacevole. Emily, dopo qualche bicchiere di rosso di Puglia, aveva tirato fuori un’anima aggressiva e ironica che non le avevo ancora scoperto. Io e il mendicante scoprimmo invece di aver frequentato lo stesso liceo, e quindi sembrò quasi una rimpatriata con un vecchio amico. Certo, se non avessimo ordinato tre bottiglie di Primitivo così, su due piedi, non sarebbe successo nulla. Però, l’abbiamo fatto e tutto è andato come è andato.
Tornando a casa tuttavia, con il filo di vento che passava dal finestrino e mi alzava i capelli sulla tempia sinistra, mi resi conto che non era stato fatto un altro buco nell’acqua. Non in toto, almeno.
Nel senso. Se prima i sospetti che avevamo sulla morte del signor Anselmo si basavano su illazioni di una vecchia e su sentimenti personali, ora invece, dopo il legame con Turri, avevamo scoperto che qualcosa di più c’era. E se c’era invischiata la Polizia, l’idea diventava una certezza.
Almeno questo, dai telefilm degli anni ’70 l’avevo imparato.
Unico problema: non sapevo da che parte sarei partito né a che punto sarei arrivato. E dubitavo fortemente anche di Emily che, sicuramente, avrei tirato in mezzo. Non ero abbastanza coscienzioso per lasciarla fuori da tutto. E soprattutto, non volevo stare solo. Mal comune, mezzo gaudio d’altra parte. E se si dice, un suo fondamento ce l’avrà pure. Mi piaceva ripeterlo, mi dava sicurezza.
Ero infervorato, e quella sera parcheggiai la macchina come non facevo da tempo. Culo verso il fondo del box, chi se ne frega del muro e della Vespa, fanali e muso pronti ad uscire. E le ruote anteriori leggermente girate. Bisognava tornare ad essere pronti e veloci.
O almeno convincersi di esserlo, altrimenti mi sarei pisciato immediatamente addosso.
O forse era il vino.



Apriamo il giornale radio di questa mattina con un servizio di cronaca che ha colpito tutta l’opinione pubblica italiana.
UOMO MUORE AFFOGATO NEL NAVIGLIO GRANDE: INCIDENTE O ALLARME AMBIENTALE?

È morto questa notte, a bordo della sua 127, Alessandro Turri, privato cittadino di circa 50 anni. Lo ha trovato dentro il Naviglio Grande la squadra sommozzatori del Comune di Milano, dopo aver ricevuto notizia dell’incidente da una signora che ha assistito alla vicenda. Secondo le forze dell’ordine, questo è un incidente come tanti ne succedono a Milano. Ma secondo l’anziana signora che ha visto la scena, il Turri non è sbandato semplicemente.
“No, no. Io ho visto. C’erano tanti piccioni, gli sono andati addosso. Gli hanno spaccato tutti i vetri, lo hanno colpito e poi lui è finito nel Naviglio!”
A supporto di questa testimonianza, ci sarebbero i vetri dell’auto frantumati –rottura tuttavia che può essere ricollegata anche alle necessità di recupero dell’auto- e un foro di un diametro di circa due centimetri sulla tempia della vittima.
Il problema dei piccioni, in una città come Milano, è sorto all’attenzione della stampa e delle Istituzioni ormai da qualche anno. Da quando, circa dieci anni fa, uno stormo ha attaccato la sfilata delle nuove camionette date in dotazione alle pattuglie dei Carabinieri meneghine, arrivando quasi a colpire gli esponenti del Governo di allora giunti come ospiti. Senza però causare alcun danno, fortunatamente.
Probabilmente, in entrambi i casi, è stato violato il territorio che i piccioni avevano riconosciuto come proprio. E quindi hanno attaccato.
Ma è possibile? Secondo Marco Merinei, uno dei maggiori esperti in materia, sì.
“I piccioni sono tra i più evoluti della propria specie. E anticamente avevano proprio questa caratteristica. Infatti, basti pensare che riescono a raggiungere in picchiata più di 100 chilometri all’ora, che riescono a individuare le fonti di calore nei corpi degli altri esseri viventi, che riescono a rimanere illesi nell’impatto grazie al loro collo a molla”
Siamo davvero in pericolo?

Da Milano, Libero Maria Della Valentina.

giovedì 21 febbraio 2008

Undici

Nel capitolo precedente: va', guardalo. Lancia via la sigaretta come avesse detto chissà che verità.
E invece si è messo solo a fare quello che gli aveva detto di fare il vecchio. Prendere un minimo la situazione in mano, tenerla un minimo in pugno.
Sì, tanto in pugno che appena ha deciso di andare da solo dal Turri, con lui ci va anche Emily.
Bel pugno di cioccolato, che ha questo qui.
Butto via anche io il mozzicone, va.
Rientriamo.
Ché qui fuori fa veramente freddo e mica posso star qui a pettinare le bambole.


Giravano i numeri rossi sul contachilometri e osservavo le strade in ogni loro angolazione, giusto per cambiare, ma mi stavo cominciando a scocciare. Sempre con la stessa dinamica, le stesse posizioni, le mani attorno al volante. Emily guardava fuori con gli occhi spenti del piccione. Stringeva tra le mani la busta che dovevamo consegnare, ma solo Dio sa quanta voglia avrebbe avuto di aprirla. Lei, io no. Io sono uno che nelle cose ha sempre voluto starne fuori e non sapere niente. A meno che non fosse a livello di pettegolezzo, sia chiaro. Perché lì, allora, fa ridere. Mica come in queste storie, la fine delle quali non si vede mai.
Trovato il numero civico, sistemai la macchina al solito posto. Da quando ci facevo caso, avevo scoperto che gli handicappati sono molto ben distribuiti in città.
Il portiere era una persona di piccola statura. In divisa, manifestava quanto il palazzo volesse essere signorile e distinto, con marmi e vetri, ottoni e tappeti che, nonostante la pioggia, mascheravano in malo modo il fatto che fosse una delle tante cooperative fasulle. Cooperative sociali all’inizio, ma poi tutti pronti a guadagnarci qualche soldino.
Non avevo la più pallida idea nemmeno di come pormi. Non ero mai stato bravo a inventare balle nemmeno quando dovevo coprirmi con mia madre. Figurarsi adesso che la cosa era una semplice formalità.
Spacciandoci per dei figli di un lontano cugino, avevamo chiesto informazioni sul Turri. Geneticamente, si sa, i portinai sono inclini alla chiacchiera. Soprattutto quelli dei palazzi bene, che sono saturi di informazioni su una certa fetta di società e non sanno nemmeno loro come fanno a trattenersi.
Si pizzicava i baffi, nell’angolo di destra, contento di trovarsi ad essere il protagonista di un dramma non cercato. Parlava con un accento pugliese, con quelle inflessioni dialettofone che per molti restano solo suoni molto aperti, ma senza un significato.
Però capimmo tutto. Dai quattro “che c’amma fa’?” fino ai più difficili giri di parole per dirci che il nostro Turri Alessandro era morto in un incidente d’auto circa quindici anni prima. Un colpo di sonno, un malessere, non ricordava. Parlava come un verbale redatto dalla stradale, come se anziché saperlo per passaparola, fosse venuto a conoscenza dei dettagli direttamente dai documenti.
E allora, rifacemmo tutta la circonvallazione, con i suoi saliscendi. Fino alla svolta in viale Certosa, con i suoi alberi e i suoi semafori, fino a Musocco.
Emily prese la lettera dal cruscotto, batteva i piedi sul pavimento dell’auto nervosamente. Ero consapevole del non perfetto funzionamento dell’impianto di riscaldamento, e i piedi le si stavano congelando. La capivo. Però era molto più facile comprendere le differenze tecnologiche che crescono in trent’anni, da parte sua. Poteva anche smettere. Non tanto per il rumore, quanto perché temevo danni irreversibili per il pianale stesso.
Tuttavia, non mi sembrava il caso di farglielo notare. Così come non mi sembrava nemmeno il caso di andare in un cimitero, soprattutto in inverno, col cielo che si perde nell’asfalto, così come i tramonti si affogano nel mare e non se ne distingue il limitare.
Ma se al mare, un effetto ottico del genere può essere costellato di mille, piacevoli e romantici aggettivi, in città diventa quasi macabro. Prescindendo poi dalla folle idea di cercare la tomba del Turri e leggere alla lapide la lettera del vecchio amico morto. Se lei voleva farlo, per semplice influenza cinematografica o per chissà quale motivo morale, io non l’avrei seguita.
Stavo in macchina, il motore spento e gli aghi del tachimetro in posizione di riposo, entrambi, e fumavo lasciando appena aperto il deflettore. Guardavo il cancello d’ingresso e le strade che si riempivano sempre più di luci e di lamiere. Stavano arrivando di corsa le sei, gli uffici avevano già chiuso, e gli ultimi ritardatari si stavano affrettando a finire ciò che era rimasto. Come fosse una merenda obbligatoria per tornare a giocare a pallone con gli amici.
Emily ci stava mettendo un sacco di tempo. Ero stato seduto troppo tempo. Mi stavano venendo le piaghe da decubito. Forse sarebbe stato meglio uscire, giusto per stendere le gambe.
Appoggiato alla lamiera, immediatamente fui affiancato da un poveraccio che chiedeva l’elemosina. Spostando verso di me le dita ormai blu, sibilò appena la richiesta di una sigaretta. Come unica fonte di riscaldamento non c’è male, pensai.
Accese, appoggiò a sua volta la schiena sull’Alfa.
“Cercate anche voi il Turri?” domandò dopo una prima boccata.
“E lei come fa a saperlo?”
Strinse il filtro forte tra le labbra, fino a schiacciarlo. Era un gesto che ricollegavo allo stadio, alle tifoserie delle squadre che stanno per perdere una coppa.
“Ho sentito la sua donna chiederlo in guardiola”
“E allora? Si mette ad origliare? E poi non è la mia donna”
“Cambia poco. Sono anni che sto qui al Maggiore, e mi chiedo come mai solo adesso ci sia gente che chiede del Turri. In tanti anni, nemmeno un fiore…”
“Magari ci siamo ricordati di lui solo adesso”. Mi stavo innervosendo, ero acido.
“Voi due, forse. Ma i tipi che sono venuti un mesetto fa erano poliziotti”, mi rispose come se nulla fosse. Aveva finito la sigaretta, stava lanciando via il filtro, con un gesto di chi lo sa far volare lontano. Gli afferrai il braccio, e il mozzicone mi cadde quasi sui pantaloni. Per poco non avrei rischiato di prendere fuoco.
“Adesso mi dice che cosa sa. Chi era il Turri, come è morto eccetera.”
“Facile, così. Io non mangio, figuriamoci se parlo.”
“Ok, adesso ce ne andiamo a cena e vediamo se riesce a trovare qualche briciolo di forza per parlare.”
Lo feci sedere davanti, accanto a me. Emily era tornata con la busta ancora in mano, il volto con due righe che scendevano dagli occhi fino alla mandibola. Aveva pianto, ma non volevo sapere il perché. Se me lo avesse detto, bene. Altrimenti, ciccia. Robe da donne che a stento avrei capito.
Adesso c’erano ben altre cose di cui occuparsi. Avevo trovato una pista e non me la sarei lasciata scappare per nessun motivo al mondo.
A pochi passi dall’auto, notò che al suo posto c’era questo tizio. Il suo sguardo fu abbastanza loquace. Mi restituì la lettera, che riposi nuovamente nel porta documenti dell’Alfa.
“Stai dietro e controlla questo qui mentre guido. Andiamo a cena, poi ti spiego”, le dissi da finestrino aperto, allungando fuori la testa dal guscio di tartaruga di lamiera.
Le porsi anche un fazzoletto di carta. Non mi sembrava decoroso che si mostrasse tanto vulnerabile.
Sarebbe stato faticoso. Molto.

giovedì 14 febbraio 2008

Dieci

Nel capitolo precedente: ma pensa te. Mi dice che ha ricevuto una lettera dal signor Anselmo.
Il quale, all'anagrafe: morto.
Mah.
E gli diceva pure di portare una lettera, un'altra, a un signore, il Turri.
Che chissà chi cazzo è.
Ma insomma.
Meno male che la comare del bar di fronte lo ha scambiato per un Carabiniere.
Altrimenti vai a sapere che cosa andava a raccontarmi.
Ma sì, va, volentieri.
Due minuti, fumiamo va.
Almeno, le cose saranno più veloci.
Almeno, per adesso.
Almeno credo.


Lasciai tutto com’era, non pagai né salutai. La Comare non disse niente. Da quando facevo parte dell’Arma, aveva iniziato a temermi. E il timore è la base del rispetto, mi aveva detto la professoressa di greco e latino il primo giorno del liceo.
Arrivai e, come al solito, mi preparai un altro caffé, con la sambuca e la sigaretta sul piattino. Certe abitudini sono salutari, e non vanno cambiate. Aveva ragione su questo punto il signor Anselmo. Un uomo aveva bisogno dei suoi ritmi e delle sue certezze. Spensi la televisione e accesi la radio. Per evitare l’anarchia, lì dentro avrei preso io delle decisioni. Avevo sempre ammirato i grandi condottieri, Stalin in testa, e da loro dovevo pur imparato qualcosa. Non potevo prendere a picconate la televisione, come era stato fatto con Trockji, però potevo cercare un modo più moderno, più consono alle mie esigenze, seppur non tanto radicale. Avrei manomesso il cavo dell’antenna. E finché un tecnico televisivo non fosse andato a letto con una signorina, nessuno avrebbe contestato lo strapotere della radio.
Suonava la sigla del GR1 delle 13.00, quando il campanello suonò e i passi di Emily si avvicinarono al bancone. Li si riconosceva perché era una delle poche donne, se non l’unica, che camminava come un metronomo. Batteva in quattro quarti, certi giorni, come se stesse tenendo il tempo per una canzone raggae che solo lei conosceva.
In pochi secondi, con i gomiti appoggiati al bancone, le sue labbra a fissarmi immobili, le spiegai tutto. Sorrise spostando il peso sul piede sinistro.
“Andiamo da questo Alessandro Turri. Stasera stessa” fu la sola cosa che mi disse, prima di prendere le stanze con un cliente abituale.
“Non hai capito”, le risposi sperando che mi sentisse, “tu non ci vieni. Te l’ho detto perché lui…”
Ormai era lontana e già presa dai suoi impegni.
“Ma va’ via, vai…”, sibilai
Qualsiasi cosa avessi potuto dire, sapevo bene che sarebbe stata inutile. Le labbra mute delle donne non lasciano alcuno spazio alla discussione dialettica.

giovedì 7 febbraio 2008

Nove

Nel capitolo precedente: questo deve essere per forza un fissato.
Un fissato delle cose. Uno di quelli che, le fissazioni, ce le hanno nel sangue.
E la macchina, e va bene.
E la storia del bar, e va bene.
E la storia delle "signorine", e va bene.
Ma questa del vecchio morto apparente, per carità. E dire che ci crede! E come lui, ci ha creduto pure Emily!
Secondo me, lei, diciamo che aveva mire più lunghe.
Ma a pensare male, si fa peccato.
Però...
Però io, un po' mi sto stancando.
Parla sempre lui.
Adesso lo interrompo. E basta, basta.
Parliamo dell'Inter?
No. Inizia di nuovo.
Uff.


Ero contento del posto in cui abitavo. Un complesso di quattro condomini che non era né troppo in centro né troppo fuori. In venti minuti, si poteva arrivare in qualsiasi punto di Milano, paradossalmente.
I vari palazzi erano collegati tra loro da una sorta di labirinto in porfido. Era facile riuscire ad orientarsi, e questo poteva danneggiare i ladri. Però, una volta dentro, era anche difficile uscirne.
Tra condomini, qualora ci si incontrasse all’ingresso o all’uscita, ci si salutava con una certa confidenza, ma se ci si vedeva fuori, era già tanto un cenno del capo.
Secondo la leggenda, i milanesi non si danno troppo gli uni agli altri, ma quello che la gente non sa è che, dentro ai saluti e alle teste declinate, c’è tutto l’affetto e l’essere considerati che serve.
Di certo, il lusso non mancava al mio palazzo. Un centinaio di passi e c’era il supermercato, piccolo certo, ma con tutte le cose che potevano servire, dalle trappole per scarafaggi alle olive ripiene di peperoni. Poco più avanti stava la cartoleria, un po’ cara forse, ma in caso di emergenza era sempre presente. Il giornalaio stava alla distanza di un grido e, privilegio di pochi, dal portone lo si sarebbe potuto salutare, mentre il tabaccaio era già pronto con le sigarette.
Non mancava proprio niente.
Però mi faceva proprio uscire di testa il fatto che non ci abitasse nemmeno un handicappato. Mi irritava anche solo l’idea di dover cercare parcheggio. Una rabbia che nasceva dalla routine della posta, benché fosse un dovere che mi veniva in mente solo in casi eccezionali. Non avevo nessuno che mi scrivesse e, bollette e resoconti bancari, non erano la mia passione. Eppure, ero costretto a passare in portineria. Allora mi toccava lasciare la macchina in balìa della curva che sovrastava l’ingresso e ritirare ciò che dovevo. Per fortuna lo facevo pochissime volte, solo quando il portinaio mi citofonava e mi diceva di svuotare la casella, “ché dentro la roba non riesco più a farcela entrare!”
E pensai che, una volta tanto, si poteva anche evitare di fare scomodare quel pover’uomo.
Nonostante fosse pagato più che lautamente per il compito che sbrigava.
Non importava. Un minuto sarebbe bastato e la temperatura del motore dell’Alfa non se ne sarebbe nemmeno accorta.
Fu così che scoprii che, nel mucchio di carta variamente colorata, tra il pollice e le altre dita, c’era una lettera del signor Anselmo. Per me.
Un morto che ti scrive. Per lo meno è strano. Anche se, lì per lì, mica mi diede fastidio.


Le strade delle grandi città, inondate di auto e pioggia, sono simili a grandi arterie umane intasate dal colesterolo. Le macchine, in fila come tanti bei soldatini, rinchiudono in sé migliaia di pensieri che non si possono immaginare, tra canzoni di innamorati, o a canzoni e basta. Un ragazzo pensava che la radio, sarebbe stato meglio che il padre la comprasse sul serio, piuttosto che continuare a canticchiare motivi rimasti a metà nella mente. Una donna si sfiorava con l’indice il labbro superiore, convinta in questo modo di ricucire una sbavatura del rossetto. Una signora anziana, con un vecchio cane come passeggero, borbottava di quando quella volta in cui, quelle strade, erano un luogo in cui passeggiare la domenica pomeriggio.
Camminavo passo dopo passo, nella convinzione che dopo tanti anni la macchina mia, almeno una su un milione, fosse il caso di lasciarla parcheggiata nel box. Di chilometri ne aveva fatti, e tanti, quindi era cosa buona e giusta darle una tregua.
Era lo stesso che farsi la doccia l’indomani mattina piuttosto che la sera, convinti che in questa maniera si sarà puliti per un giorno di più.
Fino al mattino precedente non mi sarebbe certo venuta in mente una cosa del genere, ma non so perché mi svegliai con quell’idea. Non c’era niente di programmatico, sia chiaro. Altro che ecologisti e balle varie.
E fu anche un’idea che non si sarebbe più affacciata, visto che avevo scelto la mattina più piovosa dell’anno per scegliere di muovermi a piedi. E, grazie al vento, non riuscivo nemmeno ad accendere la prima sigaretta della giornata.
“Forse sarebbe il caso di smettere anche con queste” mi sussurrai, come se dicendolo ad alta voce avesse più peso. Ma già è troppo difficile cambiare un’abitudine sola, figuriamoci due. Contemporaneamente, poi.
Schivavo le pozzanghere e schivavo i passanti che si muovevano sui marciapiedi in ordine sparso. Avei voluto rituffarmi nella lettera del signor Anselmo, ma il fatto che le pozze non mi permettessero di avere una camminata coerente con qualsiasi principio, annullava qualsiasi intenzione.
Ci misi meno tempo del previsto ad arrivare al lavoro. Il posto per gli handicappati era libero. D’altra parte, io non lo avevo nemmeno mai visto occupato se non dalla mia Alfetta gialla.
Che non ci fossero handicappati nel palazzo sopra il bar, era evidente. Forse, lo spazio, l’avevano fatto mettere per sentirsi un po’ più in pace con il mondo. Come quelli che si preoccupano delle mille guerre che ci sono e adottano un bambino negro, una famiglia di terremotati nell’Indocina, una foca nana e un koala australiano. E poi sono gli stessi che, prima si fanno lavare il vetro al semaforo, e poi gridano al marocchino di trovarsi un lavoro. Probabilmente, sono così carogne perché la loro bontà la mettono tutta nelle azioni a distanza.
Fatto sta che ero in anticipo e io, di lavorare gratis, non ne avevo la minima intenzione. Fui costretto a rifugiarmi nel bar della Comare. Speravo non mi riconoscesse, almeno come amico del signor Anselmo. Le avrei dovuto dare la notizia della morte? In questi casi può succedere che uno si redime e si pente di una vita di peccato. Ma qualora questo non fosse successo, le sarei saltato al collo.
Entrai e mi sedetti, le spalle al banco. Volevo poter guardare fuori, ma soprattutto non volevo poter vedere lei.
“Lei è quel Carabiniere in borghese, vero?” si affrettò a portarmi un caffé. E scoprii questa piccola verità: benché lo stipendio dei Carabinieri fosse, a loro dire, basso, per loro molte cose non era necessario pagarle. Di conseguenza, il loro stipendio diventava una cifra considerevole. Per lo meno, aveva un buon potere d’acquisto, diciamo.
Comunque, restai al gioco. Poteva venirmi utile. Feci un cenno con la testa. Mi lasciò il caffé e andò via. Non le diedi la soddisfazione di un sorriso o di un grazie, volevo che mi temesse.
Aprii ancora la lettera del signor Anselmo e la riguardai. Scriveva a penna blu, punta sottile, in caratteri stampatello minuscolo, ciascuno leggermente staccato dall’altro. Sembrava fosse una sorta di cirillico europeo. Divertente, tutto sommato. Chissà come, chissà quando, aveva imparato a scrivere.
Nella pagina singola, fitta che mi aveva scritto, il signor Anselmo si diceva contento di avermi incontrato. Si era legato a me e sapeva che di me si poteva fidare.
Certo, pensai ridendo. Ormai ero un Carabiniere in borghese.
Mi diceva che stava bene e che era anche contento io lo stessi. Anche se ultimamente mi vedeva leggermente dimagrito. E mi voleva molto bene. Si sarebbe allontanato per un tempo che definiva considerevole. Non sapeva quando ci saremmo rivisti, ma un po’ di tempo sarebbe passato di certo. Per un motivo che non mi poteva spiegare, inoltre, aveva inserito un’altra lettera all’interno della busta che aveva spedito a me. Era per un certo Alessandro Turri, un amico di vecchia data, e mi chiedeva se gentilmente potevo portargliela io. Mi diceva che avrei dovuto farlo a mano, tanto abitava anche lui a Milano.
Nulla più. Aggiungeva solo che avrei dovuto stare veramente attento ad Emily.
Soprattutto sul lungo termine, diceva. Chissà perché, poi. Non importava.
Mi prendevo già abbastanza cura di Emily. E non avevo mai amato strafare.
Presi in mano la lettera di Alessandro Turri, via Novara. Fortuna sapevo dov’era. Se avessi anche dovuto sbattermi con cartine e mica cartine, la voglia mi sarebbe passata su due piedi.
Però. Una serie di punti mi lasciavano per lo meno perplesso.
Come faceva a sapere che stavo bene nonostante fossi dimagrito. Io non lo avevo incontrato dal giorno in cui era andato in pensione. Se mi aveva incontrato senza salutarmi, non c’erano parole per giustificarmi. Sempre meglio però di un guardone. E poi la lettera al Turri. Non poteva spedirgliela lui? O portargliela lui, almeno. Per cosa mi aveva preso, un Pony Express? O forse, da uomo senza figli, gli aveva parlato di me e voleva farmi conoscere ad un suo amico. Possibile, anche se non probabile. Ma non poteva svegliarsi prima? Un incontro normale, no?
E anche il viaggio, mi lasciava perplesso. Dove doveva andare? Non importa. Ma il lasso di tempo considerevole, letto così, tuttavia mi fece sorridere: era morto. Il tempo doveva essere considerevole per forza!
Mi voleva bene e chissà che cosa c’era nella lettera al Turri. Magari era gay. E io, da solo, non me ne ero nemmeno accorto. Non importava, tanto con me non ci aveva provato. O sì?
Nemmeno questo era importante. Mi stavo incazzando.

venerdì 1 febbraio 2008

Otto

Nel capitolo precedente: veramente. Questo qui, veramente, sembra un pazzo. Va bene che ci resti male. Va bene che ti fa anche soffrire. Sai, un amico che sparisce, poi. Senza nemmeno riuscire a salutarlo.
Però, mi sembra che sia ostinato. Troppo. E poi girare a caso, alla ricerca di chissà che cosa.
Sembra quasi la coda della lucertola quando non è più legata al corpo. Che si agita scomposta tra le falangette dell'indice e del pollice.
Però, che strano. Più va avanti e più anche a me sembra che qualcosa manchi. Come quella signora, quella del bar di fronte.
Chè l'Anselmo non era altro che un bugiardo.
Mah.
Non lo so.
Speriamo solo che non tratti male quella Emily lì.
Deve essere proprio bella, quella Emily lì.



Glielo dissi una mattina, in cui nemmeno trovai il tempo per salutarla.
“Emily. Forse hai ragione. Il signor Anselmo, intendo. C’è qualcosa che non capisco”.
Ci restò di sasso. Forse non se lo aspettava, nei suoi occhi spalancati. Forse nemmeno lei ne voleva la conferma e mi usava da contraltare alle sue illazioni da dodicenne. Certo, lo sapevo anche io, era facile da pensare a un complotto da soli, la televisione ce lo aveva insegnato da dio. Ma se due persone fanno lo stesso sogno, è naturale che si preoccupino.
Avevo bisogno di parlarne con qualcuno. Però prima tornai all’appartamento che, benché vuoto, nascondeva ancora qualche curiosità. Come, ad esempio, quella pila di fogli che tutti hanno, sicuramente, di lettere non spedite.
In macchina, senza riuscire a superare i 50 chilometri l’ora e senza sapere se mettere la terza o meno, mi chiesi se effettivamente cominciavo a credere a quella storia, o se solo era un modo per non accettare una morte tanto banale. Che, in effetti, un giorno sarebbe potuta capitare anche a me.
La signora anziana che gli abitava accanto oramai conosceva il mio volto e non mi fece nessuna osservazione quando entrai. Mi considerava un poveraccio che lavorava col corpo e che dalla mente non avrebbe ottenuto niente più che una fatica di braccia. Mi salutò con un ondeggiamento riverenziale della veste. Nel casino generale delle pile di giornali, abiti e carte, riposizionai la poltrona nel luogo originale e mi guardai attorno.
Avevamo fatto un ottimo lavoro, io ed Emily. L’appartamento era irriconoscibile. Per fortuna, lei era una maniaca delle fotografie e ne aveva fatte a bizzeffe. Gliele avrei chieste l’indomani. Bisognava riportare tutto nelle originarie posizioni. Lì, e solo allora, avrei trovato o meno la chiave della situazione. Magari non c’era niente da scoprire, ma coi piedi fissati nella polvere, questo sfizio da investigatore volevo togliermelo.

Emily mi portò le foto dopo circa una settimana. Andammo insieme alla casa di ringhiera del signor Anselmo e le auto parcheggiate lungo la strada non immaginavano nemmeno quale attesa per una qualche scoperta mi rovinava dentro.
Sembravano stupite, nei loro musi lunghi, di trovarmi ancora lì.
Sul fondo della stanza, con le gambe allacciate tra loro in modo quasi innaturale, Emily mi osservava. Mi agitavo per riprodurre fedelmente l’ambientazione proposta dalle foto. Ci misi un po’ e, asciugandomi una goccia di sudore che fastidiosamente pendeva sulla fronte, mi misi accanto a lei soddisfatto.
“E ora?” mi domandò sorridendo appena, come se fossi un idiota.
“E ora aspettiamo di trovare qualcosa”.
“Se qualcosa la cerchi, la trovi. Se c’è però. Se no, puoi attaccarti al tram”.
“Emily! Un po’ più di fiducia…”. Avevo capito che per lei, i sospetti e tutto il resto, erano solo una specie di gioco. Ma ora che bisognava giocare, veniva fuori che l’anima da dura, l’aveva lasciata in chissà che abito di carnevale.
La sera stava tornando e le ombre si allungavano su tutto il pavimento, scandendo come una meridiana le righe che dividevano le piastrelle. Un altro buco nell’acqua, non potevo sopportarlo. Per lo meno, a mio vantaggio, mi avrebbe distrutto il castello di illazioni che mi ero costruito.
E infatti fu così, carta dopo carta, mano dopo mano, cercavo di ridisegnare quel mondo, fino a che non si avvertirono i primi gorgoglii degli stomaci. Cosa più che naturale, è ovvio. Ma uno stomaco che gorgoglia, dà sempre un po’ fastidio, mi aveva detto una volta il signor Anselmo, citando chissà che cosa, chissà di chi.
Mi sollevai dalla poltrona che per un pomeriggio si era trasformata in una sorta di punto di vedetta.
Emily si alzò, anche lei piuttosto perplessa, convinta di aver buttato via un intero giorno libero.
Mi sentivo in colpa per questo. Anche perché ci sarebbe voluto ancora del tempo per riammassare tutto nell’angolo. In fondo, un giorno intero di riposo non lo era solo per lei, ma anche per quelle parti del corpo che stressate a lungo, si rovinano.
Decisi che sarebbe finita lì, basta. Presi la chiavi dalla mensola quando ormai non ci si vedeva più e chiudemmo la porta, lasciandole dietro un lavoro che era stato già fatto e che si sarebbe dovuto fare daccapo.
Scendendo le scale costruite attorno a un ascensore coi cavi esposti, di quelli che mettono paura ad ogni sussulto, pensai che una volta a casa, forse era il caso di ritirare la posta. Intasata, come per tutti, dalle locandine pubblicitarie di scarpe e attrezzi da trekking. E mentre inserivo la chiave nel cruscotto dell’Alfa, pensai che il signor Anselmo aveva avuto un infarto come tanti. E che l’unica cosa di cui bisognava dispiacersi, era che non si era goduto nemmeno la pensione.
Sarei tornato a prendere la Cinquecento, poteva tornarmi utile, quello sì. In fondo, l’Alfa consumava un po’ troppo per quello che era il mio salario, e un’utilitaria piccola ed economica poteva farmi comodo. Ma l’appartamento, quello l’avrei fatto liberare da degli operai. Non avevo più intenzione di rimetterci piede.